Vittorio Bachelet, un maestro di pace per i giovani europei

Fuente: Vatican News IT

Cento anni fa nasceva Vittorio Bachelet, e oggi il suo nome risuona ancora con forza nelle aule della quinta edizione della Scuola europea di formazione alla politica della Federazione Universitaria Cattolica Italiana. Roma e Assisi, due città simbolo della cristianità, accolgono centinaia di giovani europei desiderosi di imparare l'arte più nobile: quella di servire il bene comune seguendo l'esempio di chi ha fatto del dialogo la sua bandiera.

Vittorio Bachelet, un maestro di pace per i giovani europei
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Non è un caso che questa scuola di formazione politica sia intitolata proprio a Bachelet. La sua figura rappresenta tutto ciò che la politica dovrebbe essere: servizio disinteressato, ricerca del bene comune, capacità di ascolto, coraggio delle proprie convinzioni pur nel rispetto dell'avversario. Qualità che sembrano appartenere a un'epoca lontana, eppure mai così necessarie come oggi.

Il dialogo come patrimonio spirituale

Vittorio Bachelet non è stato solo un giurista di fama o un politico impegnato. È stato soprattutto un testimone vivente di come la fede cristiana possa fecondare l'impegno civile senza mai strumentalizzarlo. Presidente dell'Azione Cattolica dal 1964 al 1973, ha saputo guidare l'associazione attraverso gli anni turbolenti del post-Concilio, mantenendo sempre salda la bussola dell'ortodossia cattolica pur nella apertura al mondo moderno.

Il presidente Mattarella, nel commemorare la figura di Bachelet, ha colto nel segno quando ha sottolineato come nel dialogo abbia sempre visto "una preziosa fonte di arricchimento collettivo, nonché uno strumento essenziale per la tutela del bene comune". Queste parole risuonano con particolare forza in un'epoca in cui il confronto politico sembra spesso ridursi a scontro ideologico, dove prevale la logica del nemico da abbattere piuttosto che quella dell'avversario con cui confrontarsi.

Un martirio per la democrazia

Il 12 febbraio 1980, le Brigate Rosse stroncarono la vita di Vittorio Bachelet all'Università La Sapienza di Roma, dove insegnava diritto amministrativo. Fu un delitto che scosse profondamente l'Italia, perché colpiva un uomo che aveva fatto dell'impegno democratico e del dialogo civile la sua ragione di vita. Non era un politico di professione, non aveva ambizioni di potere, non rappresentava interessi particolari: era semplicemente un cristiano che aveva preso sul serio la chiamata a essere sale della terra e luce del mondo.

"Hanno ucciso un uomo mite, che credeva nella forza della ragione e nel potere trasformante del dialogo. Ma le idee, a differenza degli uomini, non si possono ammazzare", disse di lui il cardinale Ugo Poletti durante i funerali.

La violenza che lo strappò alla vita era l'antitesi di tutto ciò in cui credeva. Bachelet incarnava quella cultura del dialogo che i terroristi volevano soffocare nel sangue. Il suo martirio – perché di questo si tratta – non fu solo per la fede, ma per quella civiltà dell'amore di cui parlava Paolo VI, quella civiltà che rifiuta la violenza come metodo e fa del rispetto della dignità umana il suo principio fondante.

Lezioni per i giovani di oggi

Che cosa può insegnare Vittorio Bachelet ai giovani europei che oggi si riuniscono nel suo nome? Innanzitutto che la politica è una forma alta di carità, come insegnava Paolo VI. Non è affare di specialisti o di furbi, ma chiamata di ogni cristiano consapevole. È l'arte di costruire insieme il bene comune, di cercare soluzioni ai problemi concreti della gente, di difendere i più deboli e di promuovere la giustizia.

In secondo luogo, Bachelet ci insegna che non bisogna mai rinunciare al dialogo, nemmeno quando sembra impossibile. La sua capacità di parlare con tutti – credenti e non credenti, conservatori e progressisti, giovani e anziani – nasceva da una profonda convinzione: che ogni persona porta in sé un frammento di verità, e che solo mettendo insieme questi frammenti si può avvicinare la verità intera.

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Il dialogo, per Bachelet, non era relativismo. Non significava rinunciare alle proprie convinzioni per trovare compromessi al ribasso. Significava invece portare le proprie idee nel confronto pubblico, argomentarle con rispetto, essere disposti ad arricchirle attraverso il confronto con gli altri, ma sempre mantenendo fermi i principi non negoziabili.

L'Europa e la sfida del dialogo

I giovani che oggi si riuniscono a Roma e Assisi si confrontano con un'Europa attraversata da tensioni e divisioni. Le sfide sono enormes: l'immigrazione, la crisi economica, l'ascesa dei populismi, la perdita di fiducia nelle istituzioni democratiche. In questo contesto, l'esempio di Vittorio Bachelet appare quanto mai attuale.

L'Europa ha bisogno di politici che sappiano dialogare oltre gli steccati nazionali e ideologici. Ha bisogno di leader che vedano negli altri partner, non nemici. Ha bisogno di una classe dirigente che abbia il coraggio delle proprie convinzioni ma anche l'umiltà di metterle in discussione quando necessario.

La testimonianza vivente dell'Azione Cattolica

L'Azione Cattolica che Bachelet ha guidato negli anni Sessanta e Settanta era un'associazione in fermento, che cercava di coniugare fedeltà al Vangelo e attenzione ai segni dei tempi. Sotto la sua presidenza, l'AC non si è mai chiusa in difesa, ma ha saputo aprirsi al mondo, dialogare con la cultura contemporanea, formare generazioni di laici consapevoli del proprio ruolo nella Chiesa e nella società.

Questa capacità di stare dentro il proprio tempo senza perdere l'identità cristiana è forse la lezione più preziosa che Bachelet lascia ai giovani di oggi. In un'epoca di polarizzazione, dove sembra necessario scegliere tra identità e apertura, tra tradizione e modernità, la sua figura mostra che è possibile una sintesi feconda.

Il testamento spirituale di un martire

Vittorio Bachelet ha lasciato ai giovani europei un testamento prezioso: la convinzione che sia possibile fare politica in modo pulito, che il dialogo sia sempre preferibile al conflitto, che la democrazia valga i sacrifici necessari per difenderla. Il suo sangue, versato per questi ideali, è seme di una politica nuova.

Come disse Papa Leone XIV ricordando tutti i martiri della democrazia cristiana: "Il loro sacrificio non è stato vano se sapremo raccoglierne l'eredità e farla fruttificare nelle nuove generazioni".

I giovani che oggi si formano nel suo nome hanno una responsabilità particolare: portare nell'Europa del futuro quello spirito di servizio e di dialogo che ha caratterizzato la sua vita. Non si tratta di imitarlo, ma di incarnare nel proprio tempo e nel proprio contesto quei valori per cui ha dato la vita.

Grazie, professor Bachelet, per averci mostrato che è possibile essere santi anche in politica. Il vostro esempio continua a illuminare il cammino di chi crede ancora nella democrazia e nel dialogo.


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